Paolo Rizzatto architetto

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Inglese

Luci alla Kalsa

Quando sono stato invitato a partecipare a questa iniziativa stavo tenendo un workshop sul tema dell’ “allestimento” all’interno del Corso di Laurea in disegno industriale della facoltà di Design di Palermo. Mi è subito venuta l’idea di sfruttare questa coincidenza e di trasformare l’occasione progettuale del mio studio in esperienza da condividere con gli studenti palermitani con reciproco vantaggio: si trattava per me di sfruttare la conoscenza diretta della realtà locale degli studenti, per gli studenti di cogliere l’occasione  di cimentarsi nella pratica di un’esperienza reale.

“Pro-gettare” dal punto di vista etimologico significa “lanciare oltre”, significa fare qualcosa di nuovo, fare qualcosa che prima non c’era, ma significa anche andare “oltre” agli ostacoli, “oltre” ai vincoli.

E’ sempre molto interessante poter lavorare con delle tecnologie legate alle tradizioni locali anche quando, a prima vista, possono apparire obsolete, è sempre di grande interesse conoscere le ragioni profonde per cui un certo tipo di tradizione formale o tecnica ha una tenace persistenza nel contesto sociale ed in questo caso l’opportunità faceva parte dell’assunto stesso della richiesta di progetto: Progettare delle “luminarie“ per la Kalsa che utilizzassero le tecnologie tradizionali siciliane.

Nel campo dell’illuminazione in modo particolare sono le novità tecnologiche che creano le premesse per l’innovazione di progetto, in questo caso, invece, che la tecnologia da utilizzare era quanto di più tradizionale si possa concepire, mi trovavo in una situazione anomala in cui il processo era  come invertito e quindi il contributo innovativo del progetto doveva risiedere nella forma della luminaria in sè e nel suo rapporto con la strada, la piazza, e gli elementi della città.

Mi sono calato in questo gioco con gli studenti che all’inizio si sono dimostrati recalcitranti a lavorare con una tecnologia che consideravano sorpassata; di fatto, si erano iscritti ad un corso di design per conoscere e sperimentare le nuove tecnologie. Ma il lavoro ha avuto uno sviluppo stimolante: il rapporto con la ditta Ribaudo, con cui abbiamo collaborato per la realizzazione delle luminarie, le visite nel suo laboratorio e nei suoi depositi anno coinvolto direttamente con la fisicità degli oggetti  e delle produzioni gli studenti; ed in modo speculare sono stati coinvolti i luminaristi che all’inizio, come diceva Davide Rampello, erano diffidenti nei confronti di questi “designers che arrivavano da Milano” in realtà ben presto si è creato un clima di fattiva collaborazione e di grande interesse lavorativo.

Per quanto riguarda il nostro progetto, l’intervento si colloca sulla Via IV Aprile che unisce Piazza Marina (il vecchio porto) a Via Alloro (la Cala, l’asse principale del vecchio quartiere su cui si affacciano i palazzi più importanti).

In particolare il percorso mette in relazione l’angolo sud-ovest di piazza Marina, caratterizzato dalla presenza monumentale di palazzo Steri e dall’altrettanto imponente ficus magnolidea del giardino Garibaldi, con il complesso conventuale della Gancia.  E’ molto probabile che la strada iniziasse con una delle porte di accesso alla Kalsa ed in particolare con quella che si apriva verso il porto. Si tratta di un punto importante, dell’ingresso al quartiere, che aveva quel duplice valore che ha una porta: qualcosa che unisce ma anche qualcosa che separa (di fatto, il problema dei califfi arabi era di difendersi da chi veniva dal mare ma anche dalle popolazioni locali ostili dell’entroterra).

Da qui l’idea di progettare una luminaria come elemento che insieme segnala ed invita all’ingresso alla Kalsa e, attraverso Via Alloro, conduce a Piazza Marina, col suo giardino fantastico e il Palazzo Steri.

A parte lo stimolo di natura urbanistica-architettonica che viene al progetto dalla storia e dall’identità dei luoghi, l’ipotesi formale si è concentrata nel tentativo di rompere con il reiterarsi dell’immagine tipica delle luminarie caratterizzata da una serie di quinte teatrali prospettiche piane bidimensionali, spesso conformate in forma di archi posti trasversalmente rispetto all’asse stradale di tipo prospettico. Il progetto ha voluto rompere con questa consuetudine formale per creare un’unica linea luminosa che si muove nelle tre dimensioni, che gioca nello spazio in modo libero, invece che una sequenza prospettica di tipo teatrale e rinascimentale.

In particolare il progetto è stato elaborato a partire dalle diverse riflessioni e suggestioni figurative suscitate da un tema così insolito ed evocativo; così si è tratta ispirazione dalla sinuosità delle ‘calligrafie’ di matrice arabo-musulmana, usate come elemento decorativo negli oggetti e nelle architetture di questa cultura così radicata nella città di Palermo, ma è stato ugualmente forte il riferimento al cirro luminoso di Lucio Fontana, sullo scalone della Triennale del 1951, o ancora il richiamo ai segni di una cultura urbana selvaggia e vitalistica come quella espressa dai graffitisti metropolitani ed in particolare newyorkesi degli anni ’70.

Il progetto si risolve in un’unica linea luminosa, lunga circa 150 metri, dall’andamento sinuoso sia nel piano orizzontale che nel piano verticale, caratterizzata da una maggiore complessità geometrica alle due estremità (davanti a Palazzo Steri e a Palazzo Palagonia) e da una soluzione di continuità al centro, in corrispondenza del vicolo Greco. Inoltre sei spezzoni di arco di cerchio combinandosi opportunamente con la linea principale,  suggeriscono da un particolare punto di vista,  con un procedimento che fa riferimento all’ anamorfosi, la forma delle lettere che compongono la parola  “ K A L S A “.

Dal punto di vista della tecnica costruttiva ed elettrica, viene ripropoposta la tecnologia tradizionale delle luminarie, con l’uso “random” delle lampadine di 5W policrome e dei rispettivi portalampade, disposti a 5 cm circa di distanza, con andamento spiraliforme attorno ad un supporto lineare a sezione quadrata di 4 x 4 cm in profilato di alluminio anziché in multistrato di legno.

Paolo Rizzatto

Milano 29/06/2005